Io una volta abitavo qui
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"Io una volta abitavo qui" raccoglie racconti pubblicati da Jean Rhys tra il 1927 e il 1976, uniti insieme per la prima volta solo nel 1992. Difficile non intravedere un che di autobiografico: i Caraibi (con gli inevitabili toni da letteratura coloniale, nell'incontro/scontro tra mondi diversi, destinarsi a non amalgamarsi mai), il trasferimento in Europa, il desiderio di diventare attrice, Parigi, gli stenti, l'alcolismo e la solitudine. L'impressione è ancora più rafforzata dall'ordine in cui i racconti compaiono nella raccolta: dapprima quelli ambientati ai Caraibi, poi Parigi, Londra; infine, un tardivo ritorno a casa. A fare da filo rosso che attraversa l'intera raccolta è un sentire tutto femminile, che rispecchia la condizione della donna nel secolo scorso: l'importanza delle apparenze e della difesa della virtù, o l'ostracismo a cui va incontro chi decide di vivere in maniera più disinibita; l'ostinazione a vivere, anche se spesso è solo un sopravvivere; i compromessi e le difficoltà se non si ha un uomo accanto, un qualsiasi uomo; i tanti limiti imposti. C'è il senso di spaesamento di chi non riesce a trovare un proprio posto nel mondo, ma che comunque continua a sperare in qualcosa di più. Si respira un anelito alla libertà, contro ogni costrizione, fedeli solo a se stessi, ai propri desideri e ai propri sentimenti. C'è miseria, c'è dolore, ci sono squallidi caffè e alberghetti di infima categoria; c'è persino la fame, quella vera. Ci si abbandona, ci si lascia andare, eppure è comunque un andare avanti. Per quanto brevi, stringati, questi racconti hanno comunque un che di compiuto, riuscendo perfettamente a trasmettere uno stato d'animo, un'esperienza. Sicuramente un buon mezzo per avvicinarsi ad una scrittrice troppo a lungo dimenticata.
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"Io una volta abitavo qui" raccoglie racconti pubblicati da Jean Rhys tra il 1927 e il 1976, uniti insieme per la prima volta solo nel 1992. Difficile non intravedere un che di autobiografico: i Caraibi (con gli inevitabili toni da letteratura coloniale, nell'incontro/scontro tra mondi diversi, destinarsi a non amalgamarsi mai), il trasferimento in Europa, il desiderio di diventare attrice, Parigi, gli stenti, l'alcolismo e la solitudine. L'impressione è ancora più rafforzata dall'ordine in cui i racconti compaiono nella raccolta: dapprima quelli ambientati ai Caraibi, poi Parigi, Londra; infine, un tardivo ritorno a casa. A fare da filo rosso che attraversa l'intera raccolta è un sentire tutto femminile, che rispecchia la condizione della donna nel secolo scorso: l'importanza delle apparenze e della difesa della virtù, o l'ostracismo a cui va incontro chi decide di vivere in maniera più disinibita; l'ostinazione a vivere, anche se spesso è solo un sopravvivere; i compromessi e le difficoltà se non si ha un uomo accanto, un qualsiasi uomo; i tanti limiti imposti. C'è il senso di spaesamento di chi non riesce a trovare un proprio posto nel mondo, ma che comunque continua a sperare in qualcosa di più. Si respira un anelito alla libertà, contro ogni costrizione, fedeli solo a se stessi, ai propri desideri e ai propri sentimenti. C'è miseria, c'è dolore, ci sono squallidi caffè e alberghetti di infima categoria; c'è persino la fame, quella vera. Ci si abbandona, ci si lascia andare, eppure è comunque un andare avanti. Per quanto brevi, stringati, questi racconti hanno comunque un che di compiuto, riuscendo perfettamente a trasmettere uno stato d'animo, un'esperienza. Sicuramente un buon mezzo per avvicinarsi ad una scrittrice troppo a lungo dimenticata.




